“La chiusura del pronto soccorso di Pineta Grande Hospital dal prossimo gennaio lascerà un’intera area senza un fondamentale presidio ospedaliero. È sconcertante che, di fronte a una domanda di emergenza sanitaria molto superiore ai tetti di spesa fissati, la Regione Campania non abbia provveduto a elevarli. Continuare a trascurare l’apporto delle strutture private accreditate significa mettere a rischio il diritto costituzionale alla salute”.

A dichiararlo è Giovanni Severino, Consigliere Delegato alla Sanità di Unione Industriali Napoli, che sottolinea come altre strutture che erogano servizi di pronto soccorso stiano maturando la stessa decisione assunta dagli amministratori di Pineta Grande Hospital. “Bisogna cambiare marcia”, spiega Severino. “Soltanto pochi giorni fa sono stati fissati i budget per il 2026, reclamati dalle imprese fin dall’inizio dell’anno, e lo si è fatto esclusivamente per i settori dell’ospedalità e della specialistica, non ancora per la riabilitazione e per altre prestazioni. La Regione Campania non ha incrementato le dotazioni, malgrado la palese insufficienza delle risorse, che costringe le imprese a bloccare i servizi offerti negli ultimi mesi dell’anno. Né si può parlare di vincoli di bilancio, visto che, dopo essere uscita dal Piano di rientro, quest’anno la Regione si è affrancata anche da quello di affiancamento. Vi sono quindi risorse aggiuntive disponibili che non sono state neppure parzialmente utilizzate per elevare i tetti di spesa!”. Per il Consigliere Delegato alla Sanità di Unione Industriali Napoli, la situazione è addirittura peggiorata. “Prima, con un mandato unico, si rendeva fruibile quanto stanziato per tutte le aziende accreditate, ora si erogano le risorse con atti singoli. In pratica, le imprese rischiano di non essere pagate se i tetti sono stati raggiunti, a prescindere da quanto abbiano fino ad allora percepito. Vuol dire discriminare alcune realtà rispetto ad altre e mettere in gioco la stessa sopravvivenza delle imprese. Una assurdità!”

Severino evidenzia anche un crescente ritardo nei pagamenti. “Si era giunti a scadenze quasi europee, di 30-40 giorni, ma da qualche tempo la tendenza si è ribaltata e le attese si prolungano oltre i 70-80 giorni dall’erogazione della prestazione”. Il Consigliere Delegato alla Sanità chiede “un incontro urgente e chiarificatore con i vertici regionali per risolvere questioni annose e per porre rimedio alle distorsioni e agli errori degli ultimi mesi”.


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